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Ashtâvakra Gîtâ, a cura di Shastri, H.P. Poema articolato in brevi
versetti che stimola il discepolo a superare il flusso di coscienza mentale, causa e frutto dell’assoggettamento ai sensi; affronta il problema del rapporto fra il Sé e il Cosmo; indica
le condizioni preliminari per percorrere il cammino verso la saggezza e l’illuminazione, fino ad arrivare alla conclusione che la vera grande anima (Mahâtma) è di colui “… che non desidera ardentemente né i piaceri né la liberazione”. (1980), pp. 80.
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11,00
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124
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Avadhût Gîtâ, a cura di Shastri, H.P. L’opera è attribuita al
Mahâtma Dattâtreya, figura circondata da un alone di leggenda e che sembra esser vissuto all’inizio della nostra era. La prima parte può considerarsi una sorta di analisi che si eleva
dalla sfera della psiche alla constatazione dell’identificazione del Tutto con Brahman (l’Assoluto Impersonale). Nella seconda parte si affronta il compito di definire Atman e Brahman,
cioè il Sé e l’Assoluto. Nei capitoli successivi si analizza la differenza fra la vera Conoscenza e il sapere “profano”. (1980), pp. 56.
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8,50
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232
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Sainte Upanishad de la Bhagavad Gîtâ (La). Testo sanscrito, traduzione, introduzione e note
di J. Marquès-Rivière, (1979), pp. 392.
La Bhagavad Gîtâ (o “Canto del Beato”) è una parte fondamentale del
Mahâbhârata (“Storia della grande lotta dei Bharata”), il gigantesco e ramificato poema che è insieme composizione poetica e summa della scienza sacra e profana dell’epoca
(forse IV secolo d.C.). La Bhagavad Gîtâ, articolata in 18 canti, è un poema didascalico-spirituale che può presentarsi come ammaestramento non solo per gli Indù, ma per l’umanità
tutta.
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34,00
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Shiva-Svarodaya. La Naissance du Souffle de Vie révélé par le Dieu Shiva. Tradotto dal sanscrito da Alain Daniélou, (1982), pp. 80. Daniélou ci dà la traduzione di un testo concernente uno degli aspetti centrali dello Yoga. Le quattrocento strofe che lo compongono analizzano alcuni degli aspetti del soffio-energia (prâna, qui chiamato svara)
che anima l’universo nel suo insieme, così come ciascuna delle sue parti. Il testo, dopo aver dato le indicazioni sulla natura di svara e la sua circolazione nei canali del corpo sottile, dà un cenno di ciò che si ottiene con la padronanza dello svara:
guarigione di certe malattie, immunità, ecc.
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16,00
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Anagârika Prajnânanda, Bouddhisme gnostique. Jnâna et prajnâ Gnose et prognose,seguito da Technique de Libération. (1981), pp. 240.
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21,00
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Baistrocchi, M., Portes du Ciel: “devayâna” e “pitriyâna” (Les). (1979), pp. 32.
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Bhatt, M. – Remy, J., Kalki-Purâna (Le). Prima traduzione in lingua occidentale di una delle principali opere tradizionali di carattere escatologico dell’area indù. Kalki, indicato come decima incarnazione - che si verificherà nel futuro – del Dio Vishnu, viene presentato come il Maestro del prossimo ciclo che appare alla fine del presente. (1982), pp. 216, con illustrazioni.
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24,50
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262
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Ceccomori, S., Cent ans de Yoga en France, (2001), pp. 408.
Contenuto:
- Les courants religieux indiens et occultistes occidentaux proposent le Yoga
- Les Précurseurs (entre les deux guerres): René Guénon
- Les grand vulgarisateurs
- La France et les grands maîtres spirituels indiens
- Les managers de multinationales
- Les premières recherches et les premiers guides français
- L’explosion du Hatha-Yoga
- Les Hatha-Yogas indiens
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45,50
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Coomaraswamy, A.K., Arbre Inversé (L’), (1984), pp. 60.
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14,00
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Coomaraswamy, A.K., Aspects de l’hindouisme. Sei saggi. (1988), pp. 96.
In questi sei saggi, Coomaraswamy tratta differenti aspetti dell’Induismo:
dall’esemplarismo vedico passando per il “Nirukta” e la dottrina tantrica della Bi-Unità, alla dottrina del gioco divino. Come di consueto, Coomaraswamy, in ogni saggio, non
manca di comparare le dottrine indù a quelle del pensiero occidentale, sia che appartengano al mondo classico ed ellenistico sia a quello medioevale.
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15,00
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Coomaraswamy, A.K., Autorité spirituelle et pouvoir temporel dans la perspective indienne du gouvernement. La presente traduzione ha valore di ne varietur perché tiene conto delle correzioni e delle aggiunte apportate da Coomaraswamy in vista di una edizione definitiva, (1985), pp. 160.
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Coomaraswamy, A.K. Nouvelle approche des Védas (Une). Essai de traduction et d’exégèse. (1994), pp. 224.
In questo libro la fedeltà alla “lettera” si accompagna
all’incontro con lo Spirito per indurre l’autore ad utilizzare le risorse delle scritture vediche e cristiane, che si chiariscono reciprocamente in virtù del loro fondarsi sugli
stessi principi universali. Gli accostamenti che presenta danno spazio all’Antico ed al Nuovo Testamento, ed agli scritti di sant’Agostino, san Tommaso, Dante, Boehme e soprattutto
Meister Eckhart; Taoismo e Islam non sono trascurati. Il cristiano in cerca di un “Cattolicesimo integrale” (secondo l’espressione di René Guénon), troverà in
quest’opera che non ha equivalenti, abbondante materia di meditazione. A un amico cristiano tentato dalla “moda” dell’India, A.K. Coomaraswamy scrive: “Perché
cercare la saggezza in India? Il valore della tradizione orientale per voi non è quella di una differenza, ma il fatto che essa può farvi ricordare quanto avete dimenticato”.
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20,50
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Coomaraswamy, A.K., Signification de la Mort (La).Studi di psicologia tradizionale.
«Cosa diventiamo dopo la morte?» La risposta a questa domanda dipende da cosa intendiamo per
“noi”. In particolare, la Tradizione considera in “noi” una natura celeste, spirituale, immortale ed una natura terrestre, corporea, mortale. La natura celeste può essere
paragonata all’Intelletto-Re impassibile che sta su un carro in cui, di norma, la natura terrestre rappresentata dalla Ragione dovrebbe dominare la foga passionale dei cavalli. In realtà, a
seguito della Caduta originale e del divenire centrifugo dell’umanità, le facoltà individuali dell’essere umano sono insubordinate, o addirittura ribelli al loro Signore ed alla loro
Guida. Tuttavia lo stato primordiale può essere ristabilito, virtualmente o effettivamente, per mezzo di un’iniziazione e di una rigenerazione che consentano di percorrere, in tutto o in
parte, la Via degli Antenati o la Via degli Dei allo scopo di giungere all’estinzione finale nell’Oceano della Possibilità infinita.
Gli studi di questa raccolta si basano su scritti indù, platonici e neoplatonici per
chiarire questo problema di “psicologia tradizionale”. Questa, infatti, ha un’importanza fondamentale per l’uomo e la sua evoluzione postuma secondo il grado di conoscenza che
avrà acquisito e la tappe che avrà raggiunto nel suo “viaggio divino” in vista della liberazione finale. (2001), pp. 162.
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20,00
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Ananda K. Coomaraswamy, Les Symboles fondamentaux de l’Art bouddhiste, Archè Milano,
2005, Pgg. 176
«Questa importante opera contiene l’interpretazione dei principali simboli usati dal Buddismo, ma che, in realtà, gli sono molto anteriori e di origine vedica,
infatti, come dice molto giustamente l’autore, “il Buddismo nell’India rappresenta uno sviluppo eterodosso, poiché tutto ciò che è metafisicamente corretto nella sua ontologia e
nel suo simbolismo è derivato dalla tradizione primordiale”. I simboli applicati al Budda sono principalmente quelli dell’Agni vedico, e ciò non più o meno tardivamente ma, al
contrario, dall’epoca in cui non lo si rappresentava ancora in forma umana. Quei simboli che sono qui più specificamente studiati (e le cui tavole riproducono una serie di esempi
significativi) sono: l’albero, che è, come in tutte le tradizioni, l’“Albero di Vita” o l’“Albero del Mondo”; il vajra, con il suo duplice significato di
“fulmine” e di “diamante”, quest’ultimo corrispondente alle idee di indivisibilità e d’immutabilità; il loto, che rappresenta il terreno o il
“supporto” della manifestazione; la ruota, che, sia come “ruota della Legge” sia come “ruota cosmica”, rappresenta l’operazione dei princìpi nella
manifestazione. L’autore insiste sulla relazione strettissima che questi vari simboli presentano con la concezione dell’“Asse del Mondo” e da cui risulta che le localizzazioni
geografiche stesse, nella leggenda buddistica, sono in fondo assolutamente analoghe. Egli affronta inoltre numerosi altri punti interessantissimi, quali la similitudine del simbolo del vajra con il
trishûla, dato che il significato delle impronte dei piedi rappresenta le “tracce” del principio nel mondo manifistato, la colonna di fuoco quale simbolo “assiale”
equivalente a quello dell’albero, il simboplismo del carro e quello del trono, eccetera. Questo semplice cenno basterà, pensiamo, a mostrare che la portata del lavoro supera notevolmente
quella di uno studio sul Buddismo; la considerazione particolare di questo, come dice l’autore, è, propriamente parlando solo un “accidente”; ed è del simbolismo tradizionale nel
suo significato veramente universale, che in realtà soprattutto si tratta.»
René Guénon
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31,00
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Dharmamentha, M.V., Yoga e il neo-spiritualismo moderno. (1985), pp. 172.
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12,00
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Emmanuelli, J., Propos sur le Tantra. (1983), pp. 48.
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9,00
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Evola, J., Doctrine de l’eveil (La). Saggio sull’ascesi buddhica, (1976), pp. 320.
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37,50
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Filippi, G.G., Post-mortem et libération d’après Shankaracharya. Sulla
base della visione antropologica e soteriologica della dottrina vedantica, tutta la trattazione verte sul destino post-mortem degli iniziati, a seconda dei vari gradi di realizzazione spirituale. (1978), pp. 32.
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6,50
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Filippi, G.G., Tantrismo e arte. L’opera prende le mosse da un
capitolo dedicato alle fonti e all’essenza dell’orientamento spirituale tantrico. Si affronta poi il tema dell’iconologia tantrica, per proseguire con pagine dedicate alla
storia dell’arte tantrica ed ai problemi storiografici connessi. (1978), pp. 60.
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6,00
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Lao-Tseu, Le Tao - Traduit du chinois par MATGIOI (Albert de Pouvourville), (2004) , pp. 46
Un libretto estremamente raro, che manca alla Bibliothèque Nationale de France
… René Guénon apprezzava molto il lavoro di Matgioi: "La traduzione dei due libri del Tao e del Te da parte di Matgioi [è] stata vista ed approvata in Estremo Oriente dai savi in
possesso dell'eredità della Scienza taoista, cosa che ci garantisce la perfetta precisione" (Palingénius in La Gnose n° 4, febbraio 1910, p. 58).
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12,00
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140
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Lerner, P., Clef astrologique du Mahâbhârata. L’Era nuova. (1986), pp. 306.
Epopea sanscrita, immensa e complessa, il Mahâbhârata è un monumento del pensiero
dell’India antica, un mosaico di miti e leggende da cui viene alla luce una narrazione principale: la guerra eroica tra due rami rivali della dinastia lunare dei Bharata. Interpretata da
un punto di vista astrologico, la celebre battaglia appare allora come un’eco di quella che si svolge fra gli esseri celesti o demoniaci attraverso le loro incarnazioni terrestri, e come
luogo di proiezione dei fenomeni siderali.
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30,00
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Marquès-Rivière, J., Rituel de magie tantrique hindoue. Yantra Chintâmani (Il gioiello degli Yantra). (1976), pp. 192.
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25,00
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Marquès-Rivière, J., Yoga pour l’Occident (Un): L’Asparsa Yoga. (1989), pp. 56.
Dai suoi numerosi viaggi in India, l’au|ore ha riportato un testo autentico di Yoga
poco conosciuto in Occidente. Diffusissimo negli ambienti vedantici dell’India e, in particolare, presso i monaci erranti dell’Ordine di Shankara, questo sistema di Yoga ha il
vantaggio di non richiedere la presenza di un Guru, di un Maestro, per sorvegliare i progressi del discepolo ed evitare gli errori che i vari Yoga del corpo possono provocare quando sono
praticati senza una guida. L’autore fa altresì uno studio comparativo di questo Yoga con il sistema di orazione dei monaci esicasti del Monte Athos, molto simile nella sua tecnica, come
anche con il dikhr musulmano dei sufi, localizzato negli stessi centri psichici sottili del corpo umano.
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10,50
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135
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Marquès-Rivière, J., Yoga tantrique hindou et tibétain (Le). (1979), pp. 208.
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21,50
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Marquès-Rivière, Jean, Yoga tantrico indù e tibetano. (2003), pp. 192.
Cos’è dunque il Tantrismo? In primo luogo è un esoterismo, ma, soprattutto, è una dottrina completa, totale, che riguarda sia l’aspetto fisico sia
l’aspetto metafisico. È una “Summa” nel senso medioevale del termine. Il Tantrismo – insieme di tradizioni riguardanti l’Essere, il cosmo, il macrocosmo, il
microcosmo, l’iniziazione, il culto, le tecniche Yoga – è una visione del mondo, una mirabile sintesi che, al contrario della scienza occidentale, considera l’uomo non solo dal
punto di vista anatomico, ma anche da quello fisiologico, patologico, morale, sociale, psichico, spirituale. Di questo insieme, l’uomo, che è forse la più autentica unità della natura, è
il centro da cui partono e cui ritornano le meditazioni analitiche (shivaiste) e sintetiche (vishnuiste) del Tantrismo. Passando per il dualismo metafisico, sperimentando gli opposti, l’adepto
(lo shâkta), raggiunge l’unione liberatrice.
SOMMARIO
- Introduzione
- Capitolo I – Le dottrine dello Yoga e del Tantrismo in Asia
- Capitolo II – I fondamenti dell’insegnamento dello Yoga
- Capitolo III – L’anatomia sottile del corpo umano secondo lo Yoga. Le nâdî, i chakra.
- Capitolo IV – Il risveglio della Forza Kundalinî
- Capitolo V – I metodi fisici, il controllo del respiro, i metodi mentali
- Capitolo VI – Tecniche cinesi, giapponesi e tibetane. Concordanza con le pratiche dello Yoga indù
- Capitolo VII – Il problema del sesso nello Yoga e nel Tantrismo
- Capitolo VIII – La morte, gli stati post-mortem e la reincarnazione secondo lo Yoga
- Capitolo IX – La pratica dello Yoga in Occidente. Il messaggio dell’Asia
- Lessico dei termini sanscriti
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20,00
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Moisson, P., Dieux magiciens dans le Rig-Véda (Les).Approche comparative de structures mythiques indo-européennes, (1993), pp. 528.
Come gli dèi, detentori dei poteri che regolano l’Ordine cosmico, possono essere
qualificati “maghi”? Ecco un paradosso che l’autore mette in evidenza e spiega prendendo come terreno di ricerca un ambito ben preciso: quello della religione dell’India
antica (secondo e primo millennio prima della nostra era), così come appare in quegli eccezionali documenti che sono gli inni del Rig-Veda, redatti fra il 1800 e l’800 a.C.
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28,50
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Saccà, L., Borobudur: mandala de pierre. (1982), pp. 152 con
illustrazioni. Borobudur è un gigantesco monumento in pietra, vera e propria “montagna sacra”, che si eleva nella piana di Kedu, in India. Innumerevoli i messaggi trasmessi dal
monumento: basti, ad esempio, osservare che nelle quattro direzioni dello spazio, disposte su cinque piani sovrapposti, quattro volte 108 figure di Buddha scandiscono la superficie del
monumento; 108, ovvero un numero sacro non solo nel buddismo ma in ogni soteriologia indù. Nella pagine meditate ma piacevoli a leggersi, l’autrice ci conduce alla contemplazione e alla
meditazione di questa superba struttura, riproduzione architettonica di un autentico “mandala” in pietra.
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23,00
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200
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Shastri, H.P., Monde est dans l’âme (Le).Yoga Vâsishtha, (1977), pp. 168.
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15,50
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Tilak, G.B., Origine polaire de la tradition védique. Nouvelles clés pour l’interprétation de nombreux textes et légendes védiques.
(1979), pp. 384. Gangadhar Bal Tilak nacque nel 1865 in India, dove svolse un’intensa attività negli studi giuridici e
letterari, impegnandosi altresì nella lotta per l’indipendenza dell’India. L’assunto di questo libro è ardito: secondo l’autore è possibile dimostrare che
l’origine dei popoli Indo-europei è stata artica e interglaciale. Assunto e dimostrazione che René Guénon giudicò “notevoli”, lamentando che l’opera sarebbe rimasta
a lungo ignorata in Occidente, perché “l’autore era un indù non occidentalizzato”.
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49,00
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212
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Tilak, G.B., Orion. Recherches sul l’antiquité des Védas. (1989),
pp. 240, 3 figure. Questo saggio è uno studio sistematico del calendario vedico primitivo degli Indo-ariani. Grazie ad esso si trovano riconciliate le visioni più straordinarie dei veggenti
preistorici, le tradizioni più meravigliose e le più razionali dimostrazioni sulle origini degli Indo-europei. Questi, venuti dal Settentrione in un'epoca remota, ne hanno conservato il
ricordo fino alla scissione della loro comunità che, secondo i testi sanscriti originali qui analizzati, dovette aver luogo durante il “periodo di Orione” (4500 anni a.C.), in
virtù delle vestigia concordanti di un calendario comune conservato nelle mitologie arcaiche dell’India, dell’Iran e della Grecia.
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35,50
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146
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Varenne, J., Cosmogonies Védiques.
Il primo elemento di interesse dell’opera deriva dall’aver approfittato di due secoli di studi sull’argomento. In una
breve ma efficace rassegna, l’autore – professore alle Università di Chicago, Provence e Lione – indica le principali tappe della conoscenza di questo argomento anzitutto nei
suoi aspetti filologici. La spessa struttura dell’opera dimostra inoltre come, dietro il bagaglio degli strumenti dello specialista vi sia una ben altrimenti profonda intelligenza del
dato metafisico tradizionale. In tal modo, l’originalità dello studio consiste nell’accoglimento integrale dell’ermeneutica tradizionale in rapporto al mito cosmogonico
vedico, in una sua interpretazione a più livelli: dall’angolazione propria della casta guerriera, gli kshatrya, a quella sacerdotale brahmanica, a quella della terza casta, la cui
divinità è Vishvakarman, l’artigiano del mondo. (1982), pp. 328.
in brossura
rilegato con custodia
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47,50
62,00
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